La nostra selezione di Justin Girardin
La Borgogna non è una semplice successione di colline: la sua spina dorsale vitata è il monumentale scheletro di un antico mondo marino, messo a nudo dalle più violente forze della Terra. La sua architettura affonda le radici nel Giurassico, quando l'intera regione era sommersa da un oceano tropicale tiepido e brulicante di vita, sui cui fondali si stratificarono per milioni di anni fanghi calcarei, finissime marne e una densità infinita di scheletri fossili e conchiglie. La svolta decisiva avvenne tuttavia circa trenta milioni di anni fa, durante l'orogenesi alpina: la spinta colossale del sollevamento delle Alpi provocò il collasso della pianura della Saona, spaccando il territorio attraverso un sistema di faglie parallele. Questo immenso cedimento strutturale creò una vera e propria scarpata, la Côte, lasciando esposte agli agenti atmosferici le sezioni sedimentarie del bacino giurassico. L'erosione ha fatto il resto, scolpendo un mosaico frammentato e vertiginoso che oggi si articola in cinque macro-aree distinte da nord a sud. All'estremo settentrionale, l'isola climatica di Chablis trae la propria affilata tensione minerale dai suoli del piano kimmeridgiano, un'alternanza di calcari compatti e marne sature di minuscole ostriche fossili. Muovendosi verso mezzogiorno si incontra la leggendaria Côte d'Or, divisa in due dorsali speculari: la Côte de Nuits, regno indiscusso di scogliere calcaree verticali dove il Pinot Noir esprime una potenza austera e profonda, e la Côte de Beaune, dove il collasso delle faglie ha portato in superficie una percentuale maggiore di marne argillose, assecondando l'eleganza flessuosa del Pinot Noir e la sontuosa complessità dello Chardonnay. Proseguendo lungo questa direttrice, la Côte Chalonnaise prolunga la matrice calcareo-marnosa aprendosi a un paesaggio più ondulato e variegato, fino a sfociare nel Mâconnais, l'avamposto meridionale dove le argille calcaree e l'influsso climatico progressivamente più caldo e mediterraneo regalano allo Chardonnay un'ampiezza strutturale morbida, solare e di immediata piacevolezza.
All'estremo meridionale della Côte de Beaune, prima che la dorsale digradi dolcemente verso la Côte Chalonnaise, l'areale di Santenay si impone come un territorio di frontiera dal carattere fiero e profondamente materico. Qui la linearità della faglia principale subisce una torsione complessa, creando una serie di colline esposte prevalentemente a mezzogiorno e a levante, protette dai venti freddi del nord. A governare la straordinaria variabilità dei terreni di Santenay è un sottosuolo stratificato e tormentato: a quote superiori affiorano i calcari duri del Giurassico superiore, mentre scendendo lungo i pendii si incontrano i terreni marnosi del Giurassico medio, ove domina il celebre calcare oolitico bianco, e le sottostanti argille grigie ricche di venature calcaree. Questa specifica configurazione pedologica assegna a Santenay una doppia, magnetica anima enologica. Nei settori dove dominano le componenti calcareo-marnose più compatte, il Pinot Noir acquisisce una struttura solida, dai tannini fitti e aristocratici e dalle sfumature di piccoli frutti scuri e sottobosco; di contro, nelle parcelle in cui la roccia lascia spazio a venature marnose più chiare ed elevate, lo Chardonnay trova la linfa per esprimere una mineralità affilata, salina e di vibrante freschezza. Santenay non cerca l'opulenza sfacciata, ma la verità del suolo, traducendo la propria complessa conformazione geologica in vini energici, nervosi e profondamente identitari.
È in questo mosaico di terre rosse e rocce affioranti che si radica la storia e il lavoro di Justin Girardin, esponente di una famiglia che da ben tredici generazioni, sin dal 1570, custodisce e tramanda il legame simbiotico con la viticoltura borgognona. Ereditata la guida del domaine dal padre Jacques, Justin ha saputo infondere una sensibilità contemporanea e una lucida lungimiranza agronomica all'interno dei 17 ettari vitati di proprietà, distribuiti tra Santenay, Savigny-lès-Beaune, Chassagne-Montrachet e Pommard. La vera svolta impressa da Justin si compie in vigna, attraverso la transizione definitiva verso una viticoltura rispettosa, dove viene bandito ogni genere di input chimico sistemico, il lavoro sul suolo è scandito dall'aratura meccanica e dall'uso di compost naturali per stimolare la vita microbica profonda e spingere le radici a nutrirsi direttamente delle matrici calcaree del sottosuolo. Questa precisione agronomica si riflette in una filosofia enologica improntata al minimalismo e al purismo espressivo. Per il Pinot Noir, Justin cerca l'estrazione della parte più nobile e leggiadra del frutto, conducendo macerazioni estremamente delicate e riducendo al minimo i rimontaggi per non mascherare la storica e selvaggia energia strutturale di Santenay, ma piuttosto per incanalarla in una trama tannica setosa, flessuosa e di irresistibile beva. Al contrario, il lavoro sullo Chardonnay si concentra sulla salvaguardia della spinta acida grazie all'utilizzo strategico di grandi botti di rovere esausto unicamente per assecondare la microssigenazione naturale del liquido, permettendo al vino di ampliare la propria complessità aromatica senza mai subire le note tostate del contenitore. Il risultato di questa doppia traiettoria enologica si traduce in una gamma di spiccata pulizia ed equilibrio, dove i profili sensoriali dei vini divergono con assoluta chiarezza: i rossi colpiscono per la loro architettura tridimensionale, capace di fondere la polpa dei piccoli frutti scuri a un finale austero e terragno, mentre i bianchi si distendono nel bicchiere rivelando una mineralità affilata, salina e specchio fedele della tensione sigillata nel sottosuolo calcareo.