La nostra selezione di Bakkanali Società Agricola
La fisionomia della Toscana meridionale è dominata dalla mole solenne del Monte Amiata, un imponente massiccio la cui stessa genesi nominale evoca un legame ancestrale con le forze elementari della Terra e della storia. Se l'ipotesi etimologica più accreditata ne individua l'origine nel latino ad meata, moto a luogo traducibile come alle sorgenti a celebrazione del suo statuto di perenne polmone idrico della regione, suggestive interpretazioni storiche ne fanno risalire il toponimo a Mons Tuniatus, un omaggio a Tinia, la massima divinità del pantheon etrusco, oppure alla radice alto-tedesca antica heimat, a significare la piccola patria o il luogo natio, eredità dal dominio longobardo. Oggi, questa architettura montuosa di 1750 metri di quota agisce come un perenne regolatore termodinamico per l'intero quadrante circostante, poiché grazie alla sua imponente massa veicola le correnti d'aria e funge da polmone freddo capace di mitigare i picchi estivi delle valli adiacenti, definendo sul versante nord-occidentale una spiccata asimmetria climatica. Qui, l'esposizione a ovest regala alle vigne una luminosità pomeridiana intensa e prolungata, ma è l'altitudine a imporre le regole di un clima autenticamente montano e verticale, costantemente sferzato da ventilazione vigorosa, nevicate invernali e ampie escursioni termiche tra il giorno e la notte, una severità atmosferica che rallenta la maturazione fenolica delle uve e preserva livelli di acidità eccezionali.
L'orogenesi di questo gigante risale a oltre sei o sette milioni di anni fa ed è il risultato combinato della collisione delle placche tettoniche appenniniche e del progressivo ritiro del mare pelagico verso ovest. Questa spinta titanica ha sollevato, deformato e fatto emergere i preesistenti fondali marini della fascia eufotica, ossia di profondità massima entro i duecento metri, dando vita a un labirinto geologico dominato dal Flysch della formazione di Sillano e di Santa Fiora, risalente al Cretacico Superiore. Questo mosaico sedimentario ancestrale, antico circa sessantacinque milioni di anni, si manifesta in affioramenti dalle marcatissime differenze morfologiche, un'alternanza complessa in cui i relitti di strati carbonatici bianco-grigiastri e calcilutiti a grana fine si scontrano con masse argillose sfogliettate e argilliti grigio-brune, sulle quali si è successivamente innestata la complessa attività magmatica del territorio. L'apparato vulcanico primario dell'Amiata, la cui attività è verosimilmente anteriore a quattro milioni di anni fa, ben prima delle ultime fasi quaternarie esauritesi centottantamila anni fa, si è sviluppato attraverso una lenta ed endogena produzione di materiale eruttivo solido o semisolidificato di natura prevalentemente trachitica. Questa fuoriuscita viscosa ha generato imponenti accumuli di materiale pesante e denso che si sono riversati principalmente sul fianco est sotto forma di colate, ma la compressione dei gas sotterranei ha innescato anche episodi violenti a carattere altamente esplosivo e distruttivo su tutti gli altri versanti, una violenza sismica e parossistica che ha scaraventato in ogni direzione macigni enormi che raggiungono i quattro o cinque metri di diametro, tuttora visibili tra le faggete prossime alla vetta, un dinamismo vulcanico che ha lacerato e fratturato il preesistente substrato di Flysch sedimentario sottomarino, generando linee di faglia diversificate ed esasperate, talvolta sigillate e ricoperte da successive colate laviche.
È nel cuore del versante nord-occidentale del vulcano, all'interno del comune di Seggiano e della microscopica frazione di Poggioferro, che queste variabili pedoclimatiche si fondono per accogliere il progetto di Bakkanali, nato dall'intuizione purista di Sebastian Nasello e Ugo Fabbri. Guidata dai consigli di artigiani della terra come Marino Colleoni, la ditta ha frammentato la propria produzione in due specifiche isole geologiche ed altimetriche gestite secondo i canoni della biodinamica, dove la vite è chiamata a fondere il mondo organico con quello inorganico. A quota seicento metri, in località Poggioferro, la tenuta gestisce tre ettari e mezzo di Sangiovese e quasi un ettaro di Cabernet, suddivisi in cinque parcelle su suoli a genesi più recente, al riparo da forti interferenze vulcaniche, dove i terreni sono scuri per l'alta presenza di argille brune e carbonati di ferro, definiti da argilliti grigio-brune e calcilutiti profonde dovute a fenomeni colluviali. Questa complessa matrice pedologica si sposa con uno scheletro superficiale costituito da carbonati di grande taglia e densità, dai calcari a palombino ai cristalli di calcite pura, che garantiscono un drenaggio impeccabile: un equilibrio d'insieme che trasferisce al Sangiovese una trama tannica fitta e una profonda vena ematica. Salendo a quota ottocento metri, in località Pescina, lo scenario muta radicalmente a ridosso delle foreste di faggi, sugli ultimi seminativi d'altura incolti da decenni, dove affiorano i terreni più antichi della ditta, risalenti a sessantacinque milioni di anni fa, caratterizzati da suoli sciolti e drenanti di tonalità grigie, nere e bluastre per la ricchezza di sabbia e silicati vulcanici mista a tischio, la roccia scagliosa sedimentaria ricca di limo; una texture con una straordinaria ricchezza minerale di ferro, magnesio, manganese, calcio e zinco, ideale per accogliere il vigneto da cui prende vita il loro vino bianco. In cantina, la ditta asseconda questa maestosità minerale rifiutando l'uso del legno invasivo a favore di cemento e acciaio, dove opera per sottrazione tramite fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, assecondando l'utilizzo del grappolo intero con inclusioni di raspi o lunghe macerazioni carboniche, per consegnare etichette di straordinaria verticalità capaci di restituire una fotografia liquida, ancestrale e priva di filtri della montagna amiatina.