La nostra selezione di Anselmi Società Agricola
Il comprensorio del Soave Classico, rigorosamente circoscritto ai rilievi collinari storici compresi tra i comuni di Soave e Monteforte d'Alpone, si delinea come un ecosistema pedoclimatico unico, governato da una complessa alternanza tra matrici pedologiche di origine antitetica. La fisionomia dominante della denominazione è l'esito di un massivo vulcanesimo sottomarino sviluppatosi durante il Paleogene all'interno dell'antico oceano della Tetide: le ripetute eruzioni di frattura riversarono sui fondali oceanici colate di lave basaltiche scure, tufi e ialoclastiti che, a causa del repentino raffreddamento a contatto con l'acqua, si strutturarono in rocce fessurate, sature di elementi minerali quali potassio, ferro e magnesio. Questo substrato magmatico si contrappone bruscamente, spesso nell'alveo della medesima cresta collinare, a sollevamenti tettonici di natura interamente sedimentaria, dove affiorano calcari nummulitici, marne e sedimenti oceanici ricchi di scheletro fossile. Sotto il profilo microclimatico, l'orografia beneficia della protezione a nord dei Monti Lessini e di una costante ventilazione che pulisce le valli, ma è la risposta termica dei suoli a determinare il comportamento agronomico delle uve. I suoli vulcanici scuri assorbono il calore del sole per rilasciarlo gradualmente durante la notte, accompagnando le vigne verso una maturazione regolare e opulenta. Al contrario, i suoli calcarei chiari riflettono la luce solare e allungano i tempi di maturazione dell'uva, preservando una freschezza acida tagliente. Si definisce così una profonda e affascinante dualità espressiva: da un lato la calda ampiezza strutturale, la densità estrattiva e le sfumature fumé impresse dai basalti scuri, dall'altro l'austera tensione minerale, l'affilata freschezza verticale e la sapidità gessosa conferite dai depositi calcarei.
In questo scenario di contrasti geologici si inserisce la figura iconoclasta di Roberto Anselmi, che a partire dalla fine degli anni settanta ha scosso le fondamenta produttive del territorio imponendo una visione agronomica radicale e in totale controtendenza con la consuetudine locale. Il nucleo operativo della tenuta presidia i versanti collinari più vocati di Monteforte d'Alpone, dove i suoli mostrano la transizione più marcata tra tufi vulcanici e dorsali sedimentarie. La prima dirompente mossa di Anselmi è stata lo sradicamento sistematico della tradizionale pergola veronese nei suoi vigneti di proprietà, sostituita da impianti a gujot e cordone speronato ad altissima densità, capaci di raggiungere i 7.000 ceppi per ettaro. Questa scelta strategica mirava a forzare una competizione radicale tra le viti, riducendo drasticamente la resa per singola pianta a favore di una concentrazione zuccherina e fenolica allora sconosciuta nel comprensorio. Accanto al diradamento dei grappoli e a potature corte, Anselmi ha impostato una gestione del suolo meticolosa che esalta la verticalità dei cru, costringendo le radici a nutrirsi nelle fessurazioni della roccia profonda per generare uve sane, integre e sature di estratto.
La condotta enologica e le scelte commerciali di Roberto Anselmi trovarono il loro culmine nell'anno 2000, quando, in aperta polemica con i disciplinari della Doc giudicati troppo permissivi e protettivi verso le logiche quantitative, decise di uscire dalla denominazione declassando volontariamente l'intera produzione a Igt Veneto; questa firma d'indipendenza non ha comunque intaccato il valore territoriale dei suoi vini, che rimangono tra i più formidabili interpreti della collina storica. Il San Vincenzo, che prende il nome dall'omonimo capitello votivo situato sulle prime colline vulcaniche di Monteforte d'Alpone, si configura come un blend contemporaneo dove la spina dorsale della Garganega viene completata da quote di Chardonnay e Sauvignon Blanc, capaci di sprigionare un profilo aromatico vibrante di salvia, agrume croccante e frutti esotici, preservato da una vinificazione esclusivamente in acciaio e da una sosta di sei mesi sulle fecce fini. Il dualismo dei suoli viene invece declinato attraverso due storiche etichette speculari: il Capitel Foscarino che rappresenta l'anima vulcanica della tenuta ed è ottenuto da un blend di Garganega e una quota di Chardonnay coltivati sul purissimo basalto nero del colle Foscarino, esprime una straordinaria tensione giovanile, scandita da profumi di fiori bianchi e una vibrante scia empireumatica. Al polo opposto si colloca il Capitel Croce, da uve Garganega in purezza provenienti da vecchi ceppi radicati su suoli interamente calcarei. In questo caso, la fermentazione e la sosta sulle fecce fini avvengono in barrique di rovere francese non nuove, assecondando la naturale densità e l'ampiezza strutturale impresse dal terreno sedimentario. Il legno regala una texture sontuosa, quasi cremosa, dove le note di frutta gialla matura si fondono a una fitta sapidità gessosa, definendo un bianco capace di sfidare il tempo per decenni. Una maestria tecnica che trova la sua chiosa ideale nei Capitelli, celebre passito da uve colpite da muffa nobile, manifesto di un'eccellenza liquida che prescinde da qualunque sigillo burocratico.